Scalata artificiale: arrampicarsi sugli specchi con CAMP

La scalata artificiale allarga i confini dell’alpinismo: è la chiave per salire lungo i muri di roccia più compatti, dove di appigli e appoggi comunemente intesi non c’è neppure l’ombra. Nella foto: Matteo De Zaiacomo, parete est del Cerro Torre, via Brothers in Arms (1200 m, 7a, A2, 90°) © Matteo Della Bordella

La scalata artificiale allarga i confini dell’alpinismo: è la chiave per salire lungo i muri di roccia più compatti, dove di appigli e appoggi comunemente intesi non c’è neppure l’ombra. Nella foto: Matteo De Zaiacomo, parete est del Cerro Torre, via Brothers in Arms (1200 m, 7a, A2, 90°) © Matteo Della Bordella

La scalata artificiale allarga i confini dell’alpinismo: è la chiave per salire lungo i muri di roccia più compatti, dove di appigli e appoggi comunemente intesi non c’è neppure l’ombra. Ma attenzione: la pietra – granito o calcare – non è una lastra di vetro e irregolarità, buchetti e fessurine non mancano (quasi) mai. Sono increspature millimetriche, asperità o avvallamenti inutilizzabili da mani e piedi, ma con gli attrezzi giusti – non soltanto chiodi ma anche aggeggini assai più precari – è possibile sfruttarle per salire.

SCALATA ARTIFICIALE DALLE DOLOMITI ALLA YOSEMITE VALLEY

Era il 1935 quando Riccardo Cassin, con i chiodi realizzati nella sua officina, affrontò con successo la parete nord della Cima Ovest di Lavaredo, nel cuore delle Dolomiti. Un metro dopo l’altro, con incredibile tenacia e qualche spavento, il grande Riccardo ebbe ragione di quel gigantesco strapiombo che a quel tempo, senza chiodatura sistematica, sarebbe stato insuperabile. E così fu nel 1958 per Warren Harding e compagni sul Nose del Capitan: il gigante della Yosemite Valley che nei decenni successivi sarebbe diventato il più fantastico “laboratorio” dell’arrampicata artificiale, con vie leggendarie tra cui Sea of Dreams (1978) e Reticent Wall (1995).

CLIFF, COPPERHEAD E RURP

Sono gli strumenti da scalata artificiale estrema, dove dalla sicurezza di un buon chiodo si passa all’aleatorietà di minuscoli attrezzi in grado di sostenere soltanto il peso dello scalatore. Ma cos’è un copperhead? Un cilindretto di rame malleabile che, letteralmente modellato in una rugosità della roccia, vi aderisce in qualche modo sostenendo, tramite un cavetto metallico, lo scalatore. I cliff sono dei veri e propri ganci, di varie forme e dimensioni, mentre il RURP (“Realized Ultimate Reality Piton”) è un chiodino delle dimensioni di un francobollo, talmente sottile da poter essere infilato nelle fessure appena accennate.

IL PRODOTTO DEL MESE: IL SACCONE SUPERCARGO

Il saccone da recupero CAMP Supercargo

Il saccone da recupero CAMP Supercargo

• Saccone da recupero disponibile nelle versioni da 70 e 40 litri
• La versione da 70 litri è studiata per le big wall che richiedono due o più giorni di scalata, quella da 40 litri è ideale per le salite più brevi o come saccone ausiliario
• Realizzato in Tarpaulin TPU 4500D per la massima resistenza all’usura anche a basse temperature

Il Supercargo è il non plus ultra dei sacconi da recupero. La cintura e gli ampi spallacci imbottiti garantiscono il comfort durante gli avvicinamenti. Una volta in parete, la cintura può essere rimossa e utilizzata come seggiolino grazie alle asole moschettonabili sui lati. Gli spallacci, sganciati in basso, possono essere infilati nell’apposita tasca. Le cinghie di sospensione, a lunghezza differenziata e con asole interne moschettonabili, sono disegnate per non intralciare l’accesso all’interno del saccone. Le fettucce incrociate sul fondo permettono l’aggancio di una portaledge, di un altro saccone o del tubo igienico. All’interno del vano principale si trovano un’ampia tasca con zip e maniglia e 3 fettucce porta materiale.

Info: www.camp.it