Ludovico Fossali: insieme a C.A.M.P. verso le Olimpiadi

Intervista a Ludovico Fossali, classe 1997 e il primo climber italiano a a conquistare un posto ai Giochi Olimpici di Tokyo. © Giovanni Danieli

Intervista a Ludovico Fossali, classe 1997 e il primo climber italiano a a conquistare un posto ai Giochi Olimpici di Tokyo. © Giovanni Danieli

Il più veloce climber italiano di sempre, recordman nazionale con un tempo di 5.78 secondi. Ma anche il campione del mondo Speed in carica, iridato nel 2019 ad Hachiōji in Giappone. E ancora, il primo dei nostri arrampicatori a conquistare un posto ai Giochi Olimpici di Tokyo. Stiamo parlando di Ludovico Fossali, classe 1997, che è la fresca new entry nel team C.A.M.P.: un atleta di classe, forte e determinato, che ha scelto la nostra azienda per continuare a vincere, con il podio a cinque cerchi in cima alla lista dei desideri. Un ragazzo che dal Trentino, dove è nato, è finito in Emilia Romagna e lì, ancora piccolissimo, ha scoperto l’arrampicata: uno sport che è diventato la sua ragione di vita.

Raccontaci qualcosa in più: come è avvenuto precisamente il tuo incontro con la scalata?
«Ho vissuto per cinque anni a Bieno, un paesino di montagna sopra la Valsugana. Io non ricordo nulla, ma i miei genitori raccontano che già allora mi arrampicassi ovunque, in casa e fuori. Così, quando la mia famiglia si è trasferita in provincia di Modena, papà e mamma hanno cercato di incanalare questa mia “passione” in qualcosa di più sicuro. Mi sono quindi trovato in una palestra di arrampicata, dove potevo sfogarmi senza correre rischi».

Così hai iniziato quasi per caso, alla ricerca di un gioco sicuro, e sei finito alle Olimpiadi…
«Esattamente. In verità sono sempre stato piuttosto attivo, incapace di stare fermo, e ho praticato diversi altri sport, individuali e di squadra. Ma nessuno mi ha preso come l’arrampicata, a cui mi dedico in maniera esclusiva dal 2015. Ho cominciato indoor, come garista, e tale sono rimasto. Ovviamente mi piace anche la roccia, dove ho qualche progetto, ma resta un diversivo o un modo alternativo per allenarmi».

Perché, tra le varie specialità, hai scelto proprio la Speed?

«A Modena, nella palestra in cui mi allenavo, c’era la possibilità di praticarla grazie al lavoro di Massimo Bassoli, il pioniere della Speed in Italia. Ho provato, mi è piaciuta – anche perché in gara andavo bene – e non l’ho più lasciata. Più in generale, devo riconoscere di essere sempre stato attratto dalla velocità in tutti i suoi aspetti, dalla corsa a piedi alle quattro ruote».

Che tipo di allenamento segue un atleta della Speed? Che differenze ci sono rispetto a chi pratica la Lead o il Bouldering?

«La differenza sostanziale sta nella quantità di ore passate in palestra: noi della Speed viviamo con i pesi, per aumentare forza ed esplosività. La pratica in parete serve invece per migliorare la precisione lungo la via, per ottimizzare le sequenze e magari trovare soluzioni nuove e più efficaci. Mi piace allenarmi, ma il massimo delle emozioni è sempre in gara quando ho accanto un rivale e devo fermare il cronometro prima di lui. Il tempo assoluto non conta: l’importante è arrivare davanti. La gara comincia con l’isolamento, è un testa a testa con dinamiche particolari come la pressione psicologica che alcuni atleti riescono ad esercitare sugli altri».

In che senso?

«C’è chi, sapendo che dovrà uscire con te, non smette di fissarti durante il riscaldamento. Poi c’è chi fa rumore, magari schiaffeggiandosi le cosce. Insomma: alcuni atleti, pur senza raggiungere livelli di trash talking da NBA, riescono davvero ad innervosire i rivali, impedendo loro di concentrarsi. E il fatto di non riuscire a concentrarsi, quando si cerca proprio quello, e già di per sé fastidioso».

C’è un risultato della tua carriera che ricordi in modo speciale?

«Sì, e non si tratta né di una vittoria né di un podio ma del quarto posto agli Europei di Campitello di Fassa nel 2017. Il motivo? Perché ero al mio debutto da Senior e non sapevo come mi sarei comportato: non avevo idea di quello che sarei riuscito a fare gareggiando con i migliori della disciplina. Alla fine è andata bene, ed è stata una grande iniezione di fiducia. Certo: anche la vittoria al Mondiale è stata indimenticabile, ma se devo menzionare un evento che mi ha davvero cambiato le prospettive, che ha segnato una svolta, è stato il “quasi podio” di Campitello».

Come ti sei sentito quando sei diventato il primo climber italiano qualificato per le Olimpiadi?

«È stata una cosa strana: ero felice, felicissimo, ma anche molto provato. Quando l’ho saputo, a notizia ormai certa, è stata una vera liberazione. Partecipare alle Olimpiadi, per uno sportivo, è la realizzazione del sogno più grande. Tuttavia è anche una responsabilità, ed è per questo mi sto preparando al meglio. Sono poi contento che a rappresentare l’Italia del climbing ci saranno anche Laura Rogora, come me atleta C.A.M.P., e Michael Piccolruaz».

La sfida, a causa della pandemia, è stata rimandata al 2021…

«È stata la scelta giusta: una decisione che condivido perché la salute viene prima dello sport e di tutto il resto. Senza contare che avrò più tempo per allenarmi, perfezionando la mia preparazione nella Lead e nel Bouldering. La formula della Combinata è un compromesso, obbligando gli atleti a gareggiare in specialità in cui sanno di non essere i migliori, ma alla fine è stata la chiave per consentire all’arrampicata di accedere a un evento che diversamente le sarebbe rimasto precluso. Quindi va bene così».

Cosa fai quando non ti alleni e non gareggi?

«Mi piace camminare in montagna con la mia ragazza. Escursioni facili, niente di che, ma a casa, fermo, non riesco proprio a stare. In inverno, invece, mi diverto con lo snowboard, facendo comunque attenzione a non infortunarmi perché un incidente vorrebbe dire stop ad allenamenti e gare».

Per finire: come mai hai scelto C.A.M.P. come partner tecnico?
«Perché mi sono ritrovato in sintonia con l’azienda, con i suoi valori e la sua storia. Inoltre perché la volontà di innovare di C.A.M.P. è molto simile al desiderio di migliorare di un atleta: lavorare per andare avanti, per essere sempre davanti a tutti. E per finire perché, essendo italiano, ho sempre sognato di collaborare esclusivamente con aziende del mio paese».

WEB: www.camp.it

Ludovico Fossali, classe 1997 e il primo climber italiano a a conquistare un posto ai Giochi Olimpici di Tokyo. © Giovanni Danieli

Ludovico Fossali, classe 1997 e il primo climber italiano a a conquistare un posto ai Giochi Olimpici di Tokyo. © Giovanni Danieli

Ludovico Fossali, classe 1997 e il primo climber italiano a a conquistare un posto ai Giochi Olimpici di Tokyo. © Giovanni Danieli

Ludovico Fossali, classe 1997 e il primo climber italiano a a conquistare un posto ai Giochi Olimpici di Tokyo. © Giovanni Danieli