I fratelli Franchini, la Cordillera e la Divina Providencia

Silvestro Franchini Nevado Churup

Silvestro Franchini Nevado Churup


Le guide alpine Tomas e Silvestro Franchini hanno portato la loro tecnica polivalente sulle montagne peruviane della Cordillera Blanca aprendo una nuova via sul Nevado Churup.

Dal 2011 a oggi hanno aperto oltre una ventina di nuove vie, fra roccia, ghiaccio e misto, dalle Dolomiti di Brenta alla Patagonia. Tomas e Silvestro Franchini, nati rispettivamente nel 1989 e nel 1987, passano la maggior parte dell’anno dividendosi fra l’attività in parete e quelle di guide alpine e maestri di sci. I due fratelli di Madonna di Campiglio sono fra gli ambassador Zamberlan più attivi grazie all’approccio a tecnica mista con cui affrontano ghiaccio, roccia e camminata in quota. Come per la recente spedizione che li ha visti salire le cime più importanti della Cordillera Blanca, in Perù: di seguito l’intervista nata dal resoconto della loro salita al Nevado Churup (5495 m) dello scorso giugno, con l’apertura fino a quota 5480 m di una nuova via di misto prontamente battezzata “La Divina Providencia”, valutando una difficoltà M7.

Partiamo dal resoconto della vostra salita sulla Cordillera Blanca: come è andata?
Il nostro progetto iniziale era quello di salire la Cordillera Huayhuash che, come gruppo montuoso, presenta una conformazione molto selvaggia, l’ideale per chi come noi vuole sempre andare alla scoperta di montagne sperdute e pareti ancora inviolate. Dopo una fase di acclimatazione in cui abbiamo salito cime fra i 5400 m e i 5800 m, l’idea era quella di addentrarci nella Cordillera per 15-20 giorni senza tornare alla civiltà, ma nella fase di trekking precedente alla partenza, passeggiando in paese, sono stato morso da un cane. Ci sono tantissimi randagi che girano per la città e l’igiene non è il massimo, per cui mi hanno subito consigliato di fare il vaccino antirabbico, associato ad antibiotici, con l’obbligo di presentarmi in ospedale ogni sette giorni per il richiamo. Sicuramente non la situazione ideale per provare il tipo di impresa che avevamo in mente, per cui abbiamo deciso di visitare la Cordillera Blanca, che è un po’ più vicina ed accessibile dalla città di base Huaraz: ogni settimana andavamo ad esplorare una valle diversa, cercando sempre di essere in ospedale alle sette di mattina per ripartire subito dopo. Nonostante questo imprevisto, siamo contenti di ciò che siamo riusciti a fare e siamo orgogliosi di essere riusciti a portare il nostro stile completo di montanari anche in queste vette lontane, avendo fatto salite di misto e ghiaccio, di pura roccia e di alta quota.

Sul Nevado Churup abbiamo aperto una bellissima via di misto, valutando una difficoltà fino all’M7, non così frequente per la Cordillera Blanca.

Successivamente ci siamo trasferiti nella Quebrada Paron dove abbiamo scalato la Esfinge (5330 m), big wall famosa in tutto il mondo; lì abbiamo effettuato la probabile prima ripetizione della via de “Los Checos Bandidos”, anch’essa una delle più impegnative vie in arrampicata libera della zona avendo difficoltà fino al 7c.

Visto l’incredibile potenziale che offriva il posto, la voglia di arrampicare su roccia era tanta ma, essendo in un ambiente dove l’alta quota predomina su tutto il resto, abbiamo deciso di tentare il Nevado Chopichalqui di 6354 m, una bella occasione non avendo un terreno d’alta quota a casa nostra.
Le condizioni della montagna hanno arrestato il nostro tentativo a quota 6000 m per il rischio di valanghe a lastroni presente sull’ultimo pendio prima della cresta finale.

Nell’ultima settimana abbiamo deciso di fare un tentativo innovativo e veloce sul Nevado Huascaran Sur (6738 m), la montagna più alta – e temuta – del Perù, con una strategia fuori dagli schemi vista la scelta di saltare vari campi, fare un bivacco ventoso a quota 6000 m e concludere in 3 giorni la salita tornando già in valle.

Oltre alla difficoltà di combinare approcci e tecniche diverse, c’è anche un discorso di differente preparazione fisica per essere alpinisti polivalenti?
In parte sì, devi pensare che alla fine noi abbiamo fatto su roccia una via di 7c, che è un livello abbastanza alto. Un arrampicatore che scala solo su roccia ha anche un fisico portato specificamente per la roccia, ma scalare su misto o su ghiaccio, specialmente in ambienti un po’ lontani, con approcci lunghi, richiede un fisico diverso perché la giornata da affrontare è più lunga e faticosa, gli zaini più voluminosi e gli avvicinamenti alla parete sono lunghi e tortuosi. Un arrampicatore che scala su livelli elevati sia su roccia che su ghiaccio, in genere non è così forte a camminare, perché ha un altro tipo di fisico e si tratta di uno sport più di tecnica e forza specifica che di uno sforzo fisico completo. La preparazione è differente nel senso che è specifica per la roccia e per le camminate. Io e Silvestro non seguiamo un metodo preciso, siamo abituati a fare di tutto qui sulle nostre montagne e appena possiamo portiamo il nostro stile di salita su catene come la Cordillera. In Perù siamo riusciti a fare ghiaccio, roccia e camminata ad alta quota. Abbiamo scalato anche l’Huascaran, la cima più alta del Perù (oltre 6700 m), e l’abbiamo fatta in 2 giorni, scendendo a valle il terzo giorno, mentre la maggior parte degli alpinisti passava per i vari campi base.

Cosa comporta la rinuncia a sostare in campo base durante una salita (e discesa) come questa?
Bisogna essere più veloci, è proprio una scelta di strategia. Se fai tutti i campi devi salire con zaini più pesanti, sei più lento, fai tutto con più calma. Noi abbiamo scelto uno stile di salita leggero che ci ha permesso di essere più rapidi… anche perché con il tempo che avevamo a disposizione prima del rientro in Italia rischiavamo di rimanere in Perù [ride]. In generale, ci piace andare veloci, a volte preferiamo salire o anche scendere di notte piuttosto che fermarci a bivaccare in parete. Secondo noi la leggerezza è anche una questione di sicurezza: più uno è leggero più sale sicuro. In un certo senso è un po’ lo stile alpino, quello di saltare i campi e non doversi portare dietro tutto il relativo equipaggiamento.

Abbiamo comunque esperienza con diversi stili di salita. Nel 2013 sono andato in spedizione con Ermanno Salvaterra sulla parete ovest della Torre Egger: abbiamo dovuto adottare uno stile pesante che implica più giorni in parete, con un’arrampicata molto difficile e artificiale. A suo tempo l’ho fatto anche per provare un’esperienza nuova, sono sempre stato incuriosito dagli alpinisti capaci di restare molti giorni in parete e salire in stile Capsula (tanto equipaggiamento e portaledge in parete). Ma lo stile preferito per me e mio fratello rimane quello leggero, lo stile alpino o fast&light.

A proposito di attrezzature ed equipaggiamento tecnico, cosa avete usato sulla Cordillera
Io ho usato tantissimo una scarpa semi-ramponabile, la Fitz-Roy Zamberlan, inizialmente perché è molto leggera e ideale per la fase di trekking. Non me lo sarei mai aspettato, ma alla fine, trovandomi bene, con gli stessi scarponi ho salito la nuova via che abbiamo fatto sul Churup fino a quasi 5500 m, ho salito il Pisco nella fase di acclimatamento fino a quasi 5800 m, e successivamente ho fatto anche il tentativo sul Chopicalqui fino a quasi 6000 m. Se avessimo affrontato la Cordillera Huayuash avrei utilizzato i Karka Boots, scarponi con scarpetta estraibile adatti per stare più giorni in parete e bivaccare senza rischi per il freddo.

Mio fratello Silvestro invece ha utilizzato prevalentemente lo scarpone Eiger, che è un modello intermedio fra Fotz Roy e Karka, quindi un ottimo compromesso tra precisione e calore. Per il resto fra le attrezzature principali avevamo portato una tenda Ferrino a due posti molto leggera, che abbiamo usato anche per un bivacco molto ventoso a 6000 m, un sacco a pelo speciale in piuma ma con trattamento sintetico per l’umidità, occhiali ad alta protezione, oltre ovviamente a guanti e corde specifiche.

Aprire una nuova via: quali sono le difficoltà principali e come le affrontate?
Sicuramente le incognite rappresentano il rischio maggiore, ma anche la sfida più avvincente. Aprire una via per noi è una delle cose più belle al mondo, proprio perché amiamo l’esplorazione, l’avventura, andare alla scoperta di nuovi luoghi e modi per salire: non sei sicuro di quello che troverai, a parte il fatto che troverai una parete vergine, e quindi un tratto di natura incontaminata. Ma la montagna è la nostra casa, il nostro habitat e quello che ci piace fare, per cui il discorso della paura per noi è un po’ diverso… diciamo che prevale la voglia di esplorare.

A proposito di natura, prendo spunto dal morso del cane per chiederti se ti sei rimesso completamente e se avete avuto altri incontri “particolari” con la fauna di queste montagne.
Sì, mi sono ripreso completamente, tutto bene dopo il ciclo di antibiotici. Per quanto riguarda la fauna, nessun altro incontro particolare! Ci sono dei bellissimi uccelli della famiglia del condor che girano sempre in coppia, poi alcune specie che mi hanno stupito, una specie di incrocio fra una lepre, una marmotta e uno scoiattolo, un animale rapidissimo! Abbiamo visto anche dei gatti di montagna con la coda molto grossa, ma in generale in quota non c’è modo di avere molta interazione.

La Cordillera Blanca e le montagne del Perù: ci sono delle differenze specifiche rispetto alle montagne europee?
Rispetto alle nostre Dolomiti le montagne del Perù sono enormi, sono veramente grandi e anche per questo sono delle montagne molto pericolose.

Forse, una differenza sostanziale fra le nostre montagne, le Alpi, e le montagne peruviane è che le nostre montagne si possono salire sempre, tutti gli anni e diciamo anche in tutte le stagioni. In inverno è più difficile, in estate più facile, ma è fattibile. In Perù invece le condizioni della montagna sono molto differenti di anno in anno, e in alcuni casi rendono troppo pericolosa la salita. Non è nemmeno questione di clima, che in stagione asciutta, anche rispetto alla Patagonia, in genere è molto stabile. È proprio la conformazione della montagna a nascondere possibili insidie… si può aprire un crepaccio che l’anno prima non c’era, staccarsi un seracco e ostacolare il percorso… La struttura rocciosa può riservare brutte sorprese.

Un esempio è il nostro tentativo sul Nevado Chopichalqui (6354 m). Due cordate prima di noi si erano ritirate per via di alcuni crepacci che l’anno precedente non c’erano; io e Silvestro siamo riusciti lo stesso a passare in quei punti, seguendo una cresta un po’ esposta, però a 6000 metri siamo dovuti tornare indietro a causa di un pendìo molto pericoloso dal punto di vista delle possibili valanghe: forse era un po’ troppo presto, la neve doveva ancora assestarsi e nascondeva probabilmente dei lastroni. Anche i peruviani dicono che la cordillera può essere molto pericolosa, e a proposito del grande rispetto che dimostra la gente del posto… beh, è come fosse una montagna sacra, si sente molto questa cosa. La montagna è bello che sia rispettata e forse loro le rispettano più di quanto facciamo noi con le nostre.

E per quanto riguarda turismo e inquinamento?
In generale, ci aspettavamo che la Cordillera Blanca fosse più frequentata, invece abbiamo scelto i posti un po’ più selvaggi e siamo riusciti ad evitare il grosso della gente. E anche il fatto che questo complesso montuoso sia talmente grande fa sì che non sia facile incontrare tanta gente. Per quanto riguarda i rifiuti, sulle montagne proprio niente, mentre in città trovi anche condizioni di igiene precarie, come a volte capita con le popolazioni povere non si sente ancora l’esigenza di non inquinare… era così anche da noi molti anni fa.

Com’è stato il meteo? Vi ha creato problemi di sorta?
In Perù, quando c’è il sole, le temperature sono veramente calde, mentre quando cala c’è uno sbalzo termico impressionante, una grandissima escursione, già da tre secondi dopo il tramonto fa freddissimo. In generale comunque le condizioni non sono estreme: di notte abbiamo trovato temperature intorno ai -10/-15 gradi, di giorno invece era caldo. Poi, sopra i 6000m cambia la storia, è molto freddo anche di giorno.

Tomas e Silvestro, fratelli e quasi coetanei: come vivete questo rapporto al tempo stesso familiare, sportivo e professionale, e la comune passione per la montagna?
Io e mio fratello abbiamo un rapporto particolarissimo. Siamo sempre andati in montagna insieme e abbiamo sempre voluto arrangiarci a fare tutto, a dire il vero anche perché siamo molto orgogliosi e questo, soprattutto le prime volte da giovanissimi, ci ha portato a correre anche qualche rischio. Ci siamo fatti la scorza su noi stessi e sulle nostre esperienze. Passando tanto tempo insieme, nella vita di ogni giorno, non sempre vai d’accordo, però la montagna ci fa riavvicinare sempre e ci dà sempre la motivazione per aiutarci a vicenda. Alla fine quando c’è da fare un’esperienza così importante e difficile ci cerchiamo sempre l’uno con l’altro, perché ci conosciamo talmente bene e abbiamo talmente fiducia l’uno dell’altro che ci dimentichiamo di qualsiasi eventuale battibecco. Poi abbiamo anche tanti altri amici e compagni di scalata con cui ci troviamo spesso, ma le cose più belle le abbiamo fatte assieme.

Prossimi progetti, scalate, iniziative?
Un progetto che abbiamo in mente da tempo è l’India! Trovare i compagni di spedizione e affrontare tutte le spese non è semplicissimo, ma contiamo di realizzare il progetto India il più presto possibile.

Per info e approfondimentiwww.zamberlan.com

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